mercoledì 20 gennaio 2016

Le vene aperte



Nel corso di questo viaggio mi sono interrogata sull'attualità di quanto scriveva Eduardo Galeano  nell'introduzione al suo libro che mi ha fatto da compagno di viaggio, il cui titolo è "Le vene aperte dell'America Latina".

Senza dubbio, dal 1971, anno di pubblicazione del libro, ad oggi, moltissimo dell'assetto economico è cambiato, e il "desarrollo de America Latina" ha preso il volo a partire dalle politiche di riforma dell'educazione, di riduzione della povertà, di migliorie infrastrutturali e sociali, di diffusione di politiche progressiste e culturali spinte a suon di scuola e cultura (più pubblica che privata) di polizia (più privata che pubblica), di  perquisizioni e "rassicuranti"  presenze di militari dislocate praticamente ovunque.
Divieti  generici per i gentili clienti di un centro commerciale a Cartagena


Polizia a cavallo che scorta i gruppi di escursionisti al Parque Arvi, Medellin


Biblioteca centrale di Medellin: tanta luce, pace e comodità li avevo visti solo alla Biblioteca dell'Università di Losanna
Una delle tante biblioteche pubbliche di Medellin: wi fi  e prestito di film e libri gratuito e tre piani con comodissimi spazi di lettura, studio, espositivi...









Biblioteca polifunzionale per ragazzi a Medellin. Frequentatissima e con un fitto calendario di attività.




Mentre in Venezuela in questo momento la situazione politica è drammatica e fuori controllo, in Colombia, al ritmo di Salsa, Cumbia e Vallenato, con la riduzione dell'indice di sequestri e omicidi e con l'avvio degli accordi tra governo e Farc, tira un fortissimo vento di cambiamento, e lo scenario è colorato e stridente rispetto al nero fosco della crisi europea.



 Per strada, nelle piazze, negli uffici degli agenti immobiliari, nei ristoranti, nei bar e nella metro: già a Bogotà, ma molto di più a Medellin, qui si percepisce quel clima felice dei nostri anni '80.

Lo sfavillante centro commerciale "A ndino". Bogotà. Barrio "El retiro"-Chapinero. Zona ricca.

Insomma,  le categorie economiche qui e in generale, sono ineffabili e, per me, molto complesse da comprendere. In attesa delle ripetizioni di economia di Christian,  quello che osservo è che le contraddizioni sono  stridenti: la classe media è sfilacciata e quasi inesistente, sforbiciata tra nuovi arricchiti che comprano bene e rivendono benissimo, e poveri a rischio di caduta ulteriore, che pagano carissimi molti dei beni di consumo e l'affitto.
A Bogotà  e Medellin sono moltissimi i devastati/strafatti/bolliti/ indigenti che vivono per strada e chiedono l'elemosina o rovistano nei sacchi della spazzatura. Qualcuno, in qualche angolo, annusava colla. La vendono al supermercato per incollare le scarpe, non credo di averla mai vista in Italia. Costa pochissimo. Non ho avuto il coraggio di scattare nessuna foto su questo. Troppo dolore.
Il peso colombiano è attualmente schiacciato dall'euro e dal dollaro (nei giorni del nostro viaggio il cambio era a quasi 3.600 per un euro). Ai parenti e agli amici incontrati, anche a quelli più benestanti, viaggiare per venire in Europa  appare  molto difficile per i costi impossibili, mentre per noi è strano fare esperienza del "sentirsi ricchi" nel pagare una cena completa per due con neanche cinque euro, o un trasporto in taxi di venti minuti, due o tre euro.
Una contraddizione: a parte che per il cibo, per  taxi-trasporti-benzina, per ingressi vari nei musei,  per gli hotel e per gli affitti, nei supermercati e nei centri commerciali, i prezzi della maggior parte dei prodotti (alimenti, tessili, elettrodomestici, abbigliamento, ecc...) sono praticamente gli stessi che in Italia, addirittura leggermente più cari. Molte delle vie più luccicanti e trafficate diventano facilmente strade sterrate e a pochi chilometri dai grattacieli di Bocagrande a Cartagena, le catapecchie sono senza acqua nè altro. La situazione igienico-sanitaria risponde a canoni sicuramente diversissimi dai nostri. Un piccolo esempio: ovunque, anche nei quartieri più signorili, Eternit per i tetti e per le cisterne.
Vista su tetti e cisterne in Eternit dal nostro Hotel di Bogotà
Qualcuno dice che sia una diversa formulazione che lo rende diverso da quello bandito in Italia.  A me non pare proprio.  E' che, appunto, siamo negli anni '80.



 Sulla famigerata pericolosità della Colombia... non abbiamo mai avuto problemi e siamo stati sempre in giro in centri piccoli e grandi e in strade iperturistiche, monti e spiagge compresi, ovviamente con quelle minime precauzioni che ogni turistone dovrebbe ricordare.
Quello che ho trovato  fastidioso è stato invece l'occhio panottico e invasivo delle forze dell'ordine pubbliche e private. Una volta, mentre mangiavamo tranquilli robaccia vegana medioorientale in un fast food  anonimo al centro commerciale, si è avvicinata una tizia della sicurezza privata per suggerirmi di spostare la borsa, che avevo tra i piedi, sotto la sedia, più vicino a me. Ma più vicino DOVE? Resterà un mistero.
Davanti quasi tutti i locali della movida di Medellin e Bogotà, c'è un tizio che ti controlla la borsa se sei femmina e ti perquisisce dalla testa ai piedi se sei maschio.
Se in metro vai di corsa e corri per acchiappare un treno, dopo pochi istanti senti dall'altoparlante la voce di un vigilante che ti rimprovera ad hoc: "Si ricorda ai gentili passeggeri che in metro non si corre!". Policia, policia, policia para toda parte!

Rischiosa? Direi un po' più rischiosa che una qualsiasi grande città europea, ma soprattutto per la guida, su cui scriverò un post a parte, perché è la cosa che mi ha traumatizzato di più.
 Però, in generale, credo sia molto meno pericolosa di quanto possa far immaginare l'ultima edizione della guida Lonely Planet Colombia, che ha aggiornato con toni esageratamente ansiogeni la parte sulle zone visitabili della Colombia e sulle strade da evitare. A Bogotà, ovviamente il primo giorno siamo finiti senza accorgercene nell'unica strada del centro da evitare assolutamente (quella in discesa che porta dalla funicolare di Monserrat al centro, passando dall'Università delle Ande). Per dare l'idea, non differiva molto  da una qualunque strada interna di via Ernesto Basile  a Palermo alle tre del pomeriggio di Luglio. Ma molto probabilmente la Lonely Planet sconsiglierebbe, e a ragione,  anche di girare dalle parti di via Ernesto Basile alle tre di pomeriggio di Luglio.


La verità è che io dell'economia colombiana attuale, in sostanza, non ho capito una mazza.  Dicono sia più felice. E si fanno un mucchio di figli. Ovunque. Migliaia. Ondate e vagonate. Un po' perché, appunto, sono felici e ottimisti e qui non c'è la crisi. Un po' perché sono molto cattolici e cominciano a figliare abbastanza presto e un po' perché le leggi sull'aborto sono molto più restrittive che da noi. Ma soprattutto, direi, perché qui hanno 365 giorni l'anno la temperatura perfetta per l'amore. E i ragazzini qui sono gioiosi, sereni e spericolati.


Ma la grande differenza è che qui i bambini nemmeno li senti, perché hanno genitori molto rispettosi tipo tedeschi, per intenderci, che il casino lo fanno solo quando mettono la loro amata Salsa a palla, ma mai per strillare ai figli o farli correre/fracassare i timpani altrui indisturbati. I campioni, in questo, sono solo i genitori italiani.

Insomma, se quello della Colombia sia uno sviluppo vero o fasullo, se è più povera, se è più ricca, non lo so e non credo di averlo capito, almeno con i miei canoni

Per questo leggere le parole di Galeano è significato per me quanto meno cercare di comprendere le origini delle contraddizioni.

 "L'America Latina è la regione dalle vene aperte. Dalla scoperta ai nostri giorni, tutto si è trasformato sempre in capitale europeo o, più tardi, nordamericano. E, come tale, si è accumulato e si accumula in lontani centri di potere. Tutto: la terra, i suoi frutti e  le sue viscere ricche di minerali, gli uomini e le loro capacità di lavoro e consumo, le risorse minerali e le risorse umane. Il modo di produzione e la struttura delle classi di ogni nostra regione sono state via via determinate dall'esterno, in base al loro inserimento nell'ingranaggio unversale del capitalismo. Si è assegnata a ognuno una funzione, sempre a vantaggio della metropoli straniera di turno; si è resa infinita la catena di dipendenze successive, catena che ha molto più di due anelli e che comprende, anche all'interno dell'America Latina- l'oppressione esercitata sui piccoli paesi dai loro vicini più grandi e -all'interno delle frontiere di ciascun paese-lo sfruttamento esercitato dalle grandi città e dai porti sulle loro fonti interne di viveri e manodopera. Per quanti concepiscono la storia come una competizione, l'arretratezza e la miseria dell'America Latina sono soltanto il risultato del fallimento.
Abbiamo perso; altri hanno vinto. Ma sta di fatto che chi ha vinto, ha vinto perché noi abbiamo perso... La nostra sconfitta è stata sempre implicita nella vittoria degli altri; la nostra ricchezza ha sempre generato la nostra povertà per accrescere la prosperità degli altri: gli imperi e i loro caporali locali. Nell'alchimia coloniale e neocoloniale, l'oro si trasforma in ferraglia  e i cibi in veleno."
contenitore sacro per la calce con cui gli indigeni macinavano le foglie di coca,  il cui consumo rituale era per loro funzionale ad accrescere la resistenza alle altitudini e alla fatica delle montagne








Il poco oro indios che i predoni spagnoli non hanno fuso per consegnarlo in lingotti ai Fugger e agli altri banchieri europei, lo abbiamo rivisto qui, nello sfavillante museo dell'oro di Bogotà (l'ingresso costa 3000 pesos che, al cambio di oggi, sono circa 80 centesimi ed è addirittura gratuito ogni domenica!) I pochi indios che sono sopravvissuti ai batteri e alle inquisizioni europee, sono stati messi dai colonizzatori  a scavare miniere o legati ai latifondi.


 E man mano che venivano decimati dalla vita infernale, si è cercata manovalanza africana fino al XIX secolo, con la tratta di schiavi che ha popolato le regioni delle miniere di smeraldi e delle piantagioni di zucchero dei Caraibi, dei latifondi di caffè, cacao, cotone.
E con i capitali accumulati da questo traffico di schiavi, ricorda ancora Galeano (pag. 98 edizione Pickwick  2013), i fratelli Brown di Providence installarono la fonderia che fornì i cannoni al generale Washington per la guerra d'indipendenza. E le macchine di James Watt.
In memoria di tutti i minatori, gli sfruttati  e di tutti i lavoratori schiavizzati, in visita nella miniera di sale di Zipaquirà, sento che il pugno chiuso è il più grande segno di rispetto che posso simbolicamente offrire nel mio essere qui, quasi a riscattare quel sentirmi turistona europea dal portafogli pieno di pesos che in me provoca grosso senso di disagio e imbarazzo, difficile da definire. Il disagio di sentirsi ricchi  senza aver fatto altro che prendere un aereo per alcune ore di volo e cambiato paese. Quello di sentire di essere nati nella parte di mondo dei prepotenti del mondo, forse.
Ad attenuare l'imbarazzo, un pochino, l'idea di essere figlia di quella Sicilia che nella ricca Europa è una delle parti più sfruttate e  devastate. Dalle molte vene ancora aperte, anche lei.







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